Franca Helg


da Casamica di ottobre 2009

"Musa esigente"

Milanese di nascita, di origini svizzero-danesi, Franca Helg (1920-1989) appartiene alla generazione dei maestri della Scuola di Milano, quella generazione di architetti e intellettuali che nel secondo dopoguerra è protagonista della ricostruzione sia culturale che fisica del nostro Paese. Durante gli anni di studio e dopo la laurea, conseguita nel 1945 al Politecnico di Milano, ha modo di frequentare gli architetti che già erano protagonisti del Movimento Moderno prima della Seconda Guerra; tra questi, Franco Albini, con il quale condividerà tutta la carriera professionale.
Nei primi anni Cinquanta si costituisce lo studio Albini&Helg, prestigioso punto di riferimento per l’alta qualità professionale con cui vengono affrontati i progetti di architettura e di design, progetti che sono il risultato di un percorso rigoroso e sempre lontano da mode effimere.
A vent’anni dalla scomparsa, è doveroso ricordare quanto la Helg sia stata una “figura centrale” per la cultura architettonica, come sia riuscita ad affermarsi in un mondo tutto maschile e a ricavarsi uno spazio di autonomia all’interno dello studio e nello sviluppo di una ricerca culturale del tutto personale. E’ il suo particolare talento per l’insegnamento che le permette di costruire la propria carriera anche nel mondo accademico, ottenendo la cattedra di Composizione Architettonica, disciplina rivolta agli studenti degli ultimi anni, al Politecnico di Milano.
Nell’attività professionale, senza tradire il rapporto indiscusso con Albini, elabora in autonomia alcuni pezzi di design per le aziende con cui lo studio aveva avviato una collaborazione consolidata. Per San Lorenzo firma raffinati oggetti d’argento, disegna lampade per Arteluce e per Fontana Arte e sperimenta un tavolo per Poggi. Ma è soprattutto per Vittorio Bonacina, azienda che lavora magistralmente il giunco e il midollino, che disegna numerosi pezzi d’arredo; la profonda empatia con questo tipo di materiale le consente di elaborare progetti formalmente semplici ma di segno sicuro, dalle linee curve e dolci, senza cedere nel vezzo del decoro.
Franca diviene una musa ispiratrice per molti, soprattutto per gli studenti (oggi maturi professionisti) che vedevano in lei una guida sicura per la propria crescita culturale, professionale e umana; aveva un modo di porsi autorevole e apparentemente duro, «un atteggiamento quasi maschile; eppure era una donna di straordinaria dolcezza e delicatezza», come la ricorda Gillo Dorfles.
Le veniva naturale trasmettere il proprio pensiero in modo chiaro, pragmatico, schietto e onesto, soprattutto nel comunicare e nell’affrontare i temi della progettazione, anche i più complessi, riuscendo a stimolare dialogo e riflessione, con parole come queste: « (…) Non proponiamo ai nostri allievi schemi o modelli predeterminati, ma richiediamo, invece, il grande sforzo di applicarsi, con tutte le proprie facoltà, a una ricerca profonda, onesta e libera, che rispecchi le ragioni, le intenzioni, il temperamento di ciascuno (…) »; spesso si soffermava sul concetto di metodo, «metodo che ha per fine l’autonomia dello sviluppo e che non vuole inculcare verità a priori, ma invece vuole aiutare ciascuno a ritrovare le ragioni per la propria evoluzione e per le proprie proposte in se stessi o, addirittura, se me lo si concede, nella propria anima».
Una preziosa lezione, ancora oggi, per chiunque.